Al via il progetto “In intellectu et in sensu”

16 gennaio 2017

Con la settimana che ha inizio oggi incominciano le attività sul campo del Progetto In intellectu et in sensu, che ho promosso presso l’Università Roma Tre. Grazie a un accordo raggiunto con l’Istituto onnicomprensivo di via del Mar dei Caraibi (Ostia), gli allievi di alcune classi della quarta elementare e della seconda media svolgeranno ogni giorno un’attività di scrittura corsiva collegata alla crescita della padronanza del segno. Si tratta, dopo un paio d’anni, della ripresa e dell’estensione di un esperimento (Nulla dies sine linea) che ha richiamato l’attenzione non solo di un gran numero di insegnanti, ma anche di organizzazioni scientifiche e professionali, oltre che dell’opinione pubblica. Ai risultati dell’esperimento è stato dedicato il volume I bambini e la scrittura (Milano, Angeli, 2016). Le attività di questa seconda edizione si protrarranno fino alla metà di maggio. La prof. Cinzia Angelini ha coordinato i lavori sia della fase preparatoria, sia di quella di attuazione, avvalendosi della collaborazione dei dottori Nader Hard e Paolo Campetella. Parallelamente è proceduta la messa a punto delle procedure e dello strumentario per altre due linee di attività comprese nel medesimo progetto:
Verba sequentur, coordinato dalla prof. Antonella Poce con la collaborazione della dott. Maria Rosaria Re e del dott. Francesco Agrusti, in cui l’attenzione è posta sulla relazione che intercorre tra l’incremento delle capacità di scrivere e di operare;
In interiori puero, che si propone di promuovere, tramite l’incremento della padronanza della scrittura, l’autonomia degli allievi.

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Matematica e scienze, cattive notizie

È stato diffuso da pochi giorni il rapporto sul ciclo di rilevazioni Iea-Timss che, nel 2015, ha aggiornato il quadro dei livelli di competenza in matematica e scienze degli allievi di un congruo numero di paesi industrializzati. La responsabilità della rilevazione ricade su una organizzazione internazionale di indubbio prestigio, che vanta la priorità nella conduzione di indagini comparative (l’acronimo IEA sta per International Association for the Evaluation of Educational Achievement). Lo specifico progetto entro il quale la rilevazione è avvenuta (TIMSS sta per Trends in International Mathematics and Science Study) da oltre vent’anni pone a confronto i successi o le difficoltà incontrati nell’ambito dei sistemi scolastici dei paesi partecipanti. In definitiva, stiamo riferendoci a dati molto attendibili: se da tali dati derivano indicazioni negative, ci sono tutte le ragioni per preoccuparsi. Per quel che riguarda l’Italia, la situazione che emerge non è troppo diversa da quella che si era avuta nel caso di rilevazioni precedenti: le differenze sono di un ulteriore peggioramento delle posizioni che si riferiscono alle nostre scuole in relazione a quelle di quasi tutti gli altri paesi. È fin troppo evidente che i cambiamenti introdotti sia nell’organizzazione degli studi, sia nelle pratiche didattiche non solo non sono servite a migliorare i livelli di apprendimento degli allievi, ma sembrano aver prodotto l’effetto contrario. I nuovi dati dovrebbero, quanto meno, segnalare la necessità di una riflessione nel merito delle cosiddette riforme, che in tempi recenti hanno inseguito le chimere di un cambiamento che non ci si preoccupava mai di spiegare con argomenti solidamente fondati. Non basta continuare a ripetere il mantra del cambiamento, operando una sineddoche che limita il significato della parola alla sola accezione positiva. Nell’educazione, come in ogni altro settore, cambiare comporta inevitabilmente una crescita del rischio collegato al raggiungimento degli intenti che si vorrebbero perseguire. Non basta dunque ripetere che occorre cambiare. Bisogna spiegare perché, che cosa, come e quando questo cambiamento si voglia operare, in che modo si verificheranno le conseguenze delle modifiche introdotte, quando si potranno valutare positivamente i risultati che nelle nuove condizioni sia stato possibile conseguire. Non credo di dover dimostrare che nelle nostre scuole, più che constatare la razionalità dei cambiamenti, abbiamo dovuto assistere a modifiche scomposte, a una sorta di ballo di San Vito che ha travolto ciò che c’era senza essere in grado di spingere in direzioni più soddisfacenti. Anche questa osservazione, tuttavia, rischia di essere inadeguata a cogliere la gravità della situazione in cui versa il nostro sistema educativo. È una situazione a determinare la quale concorrono sia le difficoltà proprie dell’organizzazione scolastica e i limiti delle pratiche didattiche, sia un quadro della cultura sociale sempre meno adatto a creare le interazioni positive che sono alla base del progresso nell’apprendimento di bambini e ragazzi. A costo di essere schematico, dirò che per avere migliori risultati in matematica e in scienze non basta intervenire sul modo in cui i relativi insegnamenti sono praticati nelle scuole, ma bisogna qualificare la comunicazione sociale, rimuovere le tante scorie che inquinano l’uso corretto della lingua (intendo della lingua italiana), promuovere la conduzione di esperienze che sollecitino i sensi,  il pensiero e la capacità di agire nella realtà (fisica, non virtuale).

Si può fare finta di niente?

Levitin_The Organized MindIn un interessante articolo pubblicato sul Corriere della Sera, Ruggiero Corciella riferisce le conclusioni cui è giunto il neuroscienziato Daniel J. Levitin circa gli effetti sulla mente del multitasking. Su tale argomento cita uno studio di Russ Poldrack, neuroscienziato a Stanford, secondo il quale nel processo di apprendimento mentre si fa multitasking le nuove informazioni sono dirette verso la parte sbagliata del cervello. Levitin spiega con un esempio che cosa accada: “Se (…) gli studenti studiano e guardano la TV allo stesso tempo (…), le informazioni acquisite dai loro compiti si indirizzano al corpo striato, una regione specializzata nella memorizzazione di nuove procedure e competenze, non di fatti e idee. Senza la distrazione della TV, invece, le informazioni raggiungono l’ippocampo, dove vengono organizzate e classificate in una varietà di modi, rendendo più facile recuperarle”. Non ho ancora letto il libro di Levitin (dovrei riceverlo entro pochi giorni), ma mi sembra che offra ulteriori argomenti a favore di una linea di prudenza nell’uso di dispositivi tecnologici. Ormai la letteratura sull’argomento, che fa riferimento a ricerche condotte in molti paesi, è veramente imponente. Mi chiedo come sia possibile continuare ad assumere posizioni trionfaliste circa le opportunità offerte dalle risorse tecnologiche senza, quanto meno, una riflessione sui possibili effetti negativi di certe scelte. Si ripetono ossessivamente formule messianiche circa i benefici che arrecherà la scuola digitale, ma ci si guarda bene dal dimostrare che gli annunci non sono solo tali. Il nuovismo tecnologico ormai costituisce una forma di ideologia, insensibile agli argomenti di chi non crede che si sia all’alba di una mirabile stagione di progresso. Intanto le scuole spendono i pochi soldi di cui dispongono per l’acquisto di materiali e impianti dei quali ciò che può dirsi senza tema di smentita è che sono destinati a una rapida obsolescenza. Ma sembra che neanche questa sia una ragione per riflettere.

 

Alfabetismo e democrazia: un problema per la società

Mentre selezionavo dei materiali da usare per il corso di Pedagogia sperimentale che fra qualche giorno incomincerò all’Università Roma Tre, mi è capitato fra le mani un articolo di una quindicina di anni fa, nel quale cercavo di riflettere sulle trasformazioni in atto nel profilo culturale della popolazione italiana. La questione ha molto a che fare col corso che mi propongo di svolgere: si tratterà di rivolgere non ai soli studenti, ma più ampiamente a quanti siano convinti che il confronto recente sul sistema educativo abbia trascurato proprio un nodo centrale dei cambiamenti in atto e (cioè la relazione che intercorre tra le trasformazioni delle condizioni di esistenza e le pratiche educative formali) un invito a impegnarsi nella ricerca. Darò notizia nei prossimi giorni sul modo in cui ho pensato di organizzare le attività. Mi sembra opportuno, tuttavia, incominciare a riflettere su aspetti particolarmente evidenti dei cambiamenti in atto in pratiche che hanno immediate implicazioni culturali, come la lettura e la scrittura. E ciò non solo con riferimento a ciò che si legge o si scrive, ma anche a come si legge e si scrive. Sono quasi trent’anni che nel dibattito educativo dei paesi industrializzati ha fatto la sua comparsa un convitato di pietra, costituito da una crescente quota di popolazione che, pur avendo fruito di educazione scolastica, non fa uso, o ne fa un uso primordiale, della lettura e della scrittura per comunicare. Aggiungerei, per superare le ambiguità che ormai è corrente associare alla comunicazione (vista prevalentemente nei suoi aspetti tecnici), che diminuisce l’uso della lettura e della scrittura per accedere a per incrementare il patrimonio delle conoscenze. È mia opinione che all’attenuarsi delle pratiche di lettura e di scrittura corrisponda un’erosione delle condizioni necessarie per la vita democratica. Ne ero già convinto una quindicina di anni fa, quando scrivevo l’articolo che ho appena ripubblicato in https://www.academia.edu/16235267/Lilletteratismo_uninsidia_per_la_democrazia.

Se avete cinque ore di tempo (meglio un po’ per volta…)

Il 28, come avevamo annunciato, si è svolto l’incontro per la presentazione dei risultati dell’esperimento Nulla dies sine linea. La registrazione, che trovate all’indirizzo http://youtu.be/kjo6k0x55uY?list=UU7vY0HRdRFZcGVhEz35s5xA, dura quasi cinque ore, più o meno come il Parsifal. Ma, a differenza del Parsifal (almeno se assistete alla sua esecuzione dal vivo), potete dividerla in parti: la successione degli interventi è la stessa prevista nel programma.

Nulla dies

Se l’argomento vi interessa, alcuni primi articoli di approfondimento saranno pubblicati nel fascicolo di Cadmo in uscita alla fine di dicembre e un volume che riprende gli argomenti affrontati nella giornata del 28 novembre sarà pubblicato da Franco Angeli nei primi mesi del prossimo anno. Mi fa piacere, inoltre, che alcune esperienze, che riprendono ipotesi e procedure di Nulla dies sine linea, siano state già da oggi avviate da parte di insegnanti sperimentatori.

Nulla dies sine linea: appuntamento il 28 novembre

pagine 1-4

pagine 2-3

Il 28 novembre saranno esposti i risultati dell’esperimento Nulla dies sine linea e ne saranno discusse le implicazioni sulle pratiche dell’educazione scolastica. La locandina dell’incontro, che avrà luogo presso il Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo, e la scheda di prenotazione sono disponibili all’indirizzo http://lps.uniroma3.it/2014/11/04/convegno-nulla-dies-sine-linea.

 

 

Nulla dies sine linea: sono in rete due interventi preparatori

Si è svolto sabato 4 ottobre un incontro di preparazione in vista della presentazione dei  risultati dell’esperimento Nulla dies sine linea. Sono in rete gli interventi di Emma Nardi (Elementi di una retorica della scrittura infantilehttps://www.youtube.com/watch?v=msAGb4SbTgk) e di Benedetto Vertecchi (Pensare, scrivere, ricordare. Sviluppo di un profilo culturalehttps://www.youtube.com/watch?v=Gmu0xNSJYOQ).

È uscito il fascicolo 1-2014 di Cadmo

Il fascicolo 1-2014 di Cadmo. An International Journal of Educational Research considera vari aspetti della ricerca valutativa internazionale, come appare nella prima e nella quarta pagina della copertina. Cadmo è una rivista certificata dai due maggiori istituti internazionali di analisi della letteratura scientifica, ISI e Scopus. È inoltre inserita nella fascia A delle pubblicazioni periodiche dall’Aeres (l’Agenzia francese per la valutazione della ricerca e dell’insegnamento superiore).

Cadmo 2014-1_Pagina_1Sommario