Viva la Repubblica, viva la Scuola!

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Oggi penso più che mai che la Repubblica e la Scuola siano inseparabili. Penso con gratitudine alle migliaia di concittadine e di concittadini che dal 1946 si sono impegnati per il progresso della cultura del nostro paese, per collocarne la sua identità nella storia e porre le basi per il suo sviluppo morale e civile.

Ma oggi voglio esprimere un augurio che ci coinvolge tutti, perché riguarda quel tesoro di simboli che ci consente di esprimere i nostri pensieri più profondi, di progettare il futuro ponendolo in relazione al passato, di continuare a manifestare quella creatività che nel tempo è stata un tratto distintivo della nostra identità nazionale. Vorrei che la festa della Repubblica diventasse anche festa della lingua italiana, superando l’esibizionismo provinciale di chi ritiene che altre lingue siano più adeguate alla realtà di oggi.

Verso la neolingua

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Ho fotografato l’intestazione di un manifesto che ho visto un paio di giorni fa a Roma, in Piazza Indipendenza. La prima cosa che mi è venuta in mente è che chi ha promosso l’iniziativa, o quantomeno chi ne ha curato la realizzazione e la grafica, non deve essersi accorto di aver realizzato una sorta di ossimoro comunicativo. Sul lato destro si dichiara, infatti, un Obiettivo Italia, ovvero qualcosa che dovrebbe avere come scopo il perseguimento di traguardi positivi per il nostro paese, in termini morali o materiali. Ebbene, l’intento che emerge subito e con maggiore evidenza è la riduzione dell’italiano a fungere da contenitore inerte di parole tratte dall’inglese. Il messaggio implicito, quello che la generazione del Millennio probabilmente ne ricava, è che l’italiano non sia una lingua adeguata a interpretare il pensiero e l’azione del nostro tempo: si tratterebbe di una lingua superata, da sostituire con una nuova e più adeguata. Neanche a dirlo, questa lingua sarebbe l’inglese. A questo punto però mi sento a disagio. Chi ha la mia età, ha imparato ad apprezzare l’inglese per la letteratura, la filosofia, le scienze che hanno trovato espressione in tale lingua. E lo stesso potrei dire per altre lingue europee con le quali abbia qualche famigliarità (non dico nulla, perché non saprei che cosa dire, per le lingue di paesi lontani, che comunque stanno acquistando una rilevanza sempre maggiore, come il cinese). Ma il disagio non dipende dal fatto che al momento l’inglese abbia una maggiore rilevanza rispetto ad altre lingue. Ciò che crea disagio è l’uso gergale di tale lingua, la sua subalternità a esigenze cui la cultura è sostanzialmente estranea, la rinuncia a interazioni complesse  cui corrisponde la riduzione della lingua a semplice veicolo di messaggi consumistici. Si esibisce una conoscenza che non si possiede, si allude a una comprensione che non si è in grado di realizzare, si storpiano o si riducono i significati, si rinuncia a cogliere le metafore tramite le quali sono introdotte nuove parole o espressioni, in breve si riduce l’inglese a una lingua che ha ben poco a che fare con William Shakespeare, John Locke o Jane Austin. L’uso ossessivo, consumistico dell’inglese non fa solo torto alla lingua italiana, impedendone un uso più ricco e più consapevole, ma rende grottesca la stessa lingua inglese, ridotta a forme approssimative, da sopravvivenza. Il richiamo alla neolingua di Orwell contenuto nel titolo di questa nota pone in evidenza quali siano le conseguenze di usi linguistici che seguendo disegni più o meno globalizzanti si risolvano in una riduzione del pensiero che si è in grado di esprimere. La riduzione del numero di parole disponibili, con la banalizzazione della sintassi e delle argomentazioni, comporta una diminuzione del pensiero. È questo l’Obiettivo Italia?

La riforma di Charlie Brown

Si direbbe che l’unico criterio di rifermento per le innovazioni che si vogliono introdurre nella scuola sia ormai costituito dalla sua provenienza d’oltre Oceano e dalla sua denominazione in inglese. Oggi vanno per la maggiore proposte di rilievo istituzionale  e didattico (per esempio, l’homeschooling) che non si capisce per quale ragione, che non sia una manifestazione di esotismo provinciale, dovrebbero essere prese in considerazione. Oltretutto, il più delle volte di nuovo c’è ben poco: nel caso dell’homeschooling si fa riferimento a un istituto tradizionale nella legislazione scolastica italiana, che in un primo tempo era indicato come scuola paterna e successivamente, con opportuna correzione, scuola parentale. Se poi volessimo risalire a una lontana analisi dei vantaggi e degli svantaggi che comporta l’educazione in famiglia, contrapposta a quella collettiva,  dovremmo riprendere in mano le Istituzioni di Quintiliano. Può darsi che le mie interpretazioni siano malevole, ma non posso evitare di chiedermi perché certe soluzioni siano generosamente riservate alla scuola italiana e non mostrino di essere apprezzate, quanto vorrebbero che lo fossero da noi, là dove sono state originariamente elaborate, ossia negli Stati Uniti. Perso che ai profeti dell’innovazione per le province imperiali si dovrebbe rivolgere il consiglio contenuto nel Vangelo di San Luca (4, 23): medice, cura te ipsum! Certo è che le scuole degli States non hanno meno bisogno delle nostre di risalire dalle profondità nelle quali sono scivolate. I provinciali nostrani avranno presto l’opportunità  di  dimostrare la loro sapienza da tablerondisti de omni et de nullo: se non ci saranno ripensamenti, si starebbe introducendo anche da noi la scala a cinque lettere (dalla A alla E) che tutti conosciamo perché utilizzata di frequente da Charles M. Schulz per caratterizzare con simboli che hanno finito con l’acquisire precise significati connotativi i personaggi delle sue strisce. Così Charlie Brown, il bambino che indossa un maglione con la greca, era sempre valutato con la lettera C, corrispondente nelle rappresentazioni collettive a un giudizio di mediocrità: consola sapere che i nostri riformatori pensano in grande.

Grazie, Tullio

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Ho conosciuto Tullio De Mauro nei primi anni sessanta, quando ero studente di filosofia. De Mauro era un giovane assistente: nel 1963 pubblicava, presso Laterza, un libro fondamentale, la Storia linguistica dell’Italia unita, che richiamò l’interesse non solo dei linguisti, ma di un pubblico molto più ampio, per la varietà dei collegamenti che vi erano individuati con altri campi della ricerca. Tra quanti trassero vantaggio da quel libro c’ero anch’io: quello proposto da De Mauro era un percorso attraverso lo sviluppo del sistema scolastico italiano dopo il 1861. Se la linguistica era il principale interesse di De Mauro, l’educazione lo era quasi altrettanto. Per tanti decenni il suo impegno, le sue analisi, le sue proposte hanno contribuito a diffondere nel Paese la cultura dell’educazione. Per una breve stagione, quando all’inizio del nuovo secolo è stato Ministro della Pubblica Istruzione, si è potuto pensare che vi fossero le condizioni perché il disegno riformatore a definire il quale avevano concorso un gran numero di insegnanti, di ricercatori, di politici incominciasse a diventare realtà. Invece, con l’insediamento del governo della Destra dopo le elezioni del 2001, i segnali di crisi che già si avvertivano hanno mostrato di essere stati solo la premessa per una devastazione del faticoso lavoro che in un secolo e mezzo aveva cambiato il profilo culturale del Paese, consentendo alla generalità dei bambini e dei ragazzi di fruire d’istruzione negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Nella fotografia compare Tullio De Mauro mentre svolge il suo intervento nell’incontro al Museo Epigrafico col quale, il 16 gennaio del 2013, si sono ricordati i venti anni di Cadmo. Giornale italiano di Pedagogia sperimentale. Ora Tullio ci ha lasciati: per onorarne la memoria occorre impegnarsi a proseguire la sua battaglia per una autentica riforma della scuola.

Matematica e scienze, cattive notizie

È stato diffuso da pochi giorni il rapporto sul ciclo di rilevazioni Iea-Timss che, nel 2015, ha aggiornato il quadro dei livelli di competenza in matematica e scienze degli allievi di un congruo numero di paesi industrializzati. La responsabilità della rilevazione ricade su una organizzazione internazionale di indubbio prestigio, che vanta la priorità nella conduzione di indagini comparative (l’acronimo IEA sta per International Association for the Evaluation of Educational Achievement). Lo specifico progetto entro il quale la rilevazione è avvenuta (TIMSS sta per Trends in International Mathematics and Science Study) da oltre vent’anni pone a confronto i successi o le difficoltà incontrati nell’ambito dei sistemi scolastici dei paesi partecipanti. In definitiva, stiamo riferendoci a dati molto attendibili: se da tali dati derivano indicazioni negative, ci sono tutte le ragioni per preoccuparsi. Per quel che riguarda l’Italia, la situazione che emerge non è troppo diversa da quella che si era avuta nel caso di rilevazioni precedenti: le differenze sono di un ulteriore peggioramento delle posizioni che si riferiscono alle nostre scuole in relazione a quelle di quasi tutti gli altri paesi. È fin troppo evidente che i cambiamenti introdotti sia nell’organizzazione degli studi, sia nelle pratiche didattiche non solo non sono servite a migliorare i livelli di apprendimento degli allievi, ma sembrano aver prodotto l’effetto contrario. I nuovi dati dovrebbero, quanto meno, segnalare la necessità di una riflessione nel merito delle cosiddette riforme, che in tempi recenti hanno inseguito le chimere di un cambiamento che non ci si preoccupava mai di spiegare con argomenti solidamente fondati. Non basta continuare a ripetere il mantra del cambiamento, operando una sineddoche che limita il significato della parola alla sola accezione positiva. Nell’educazione, come in ogni altro settore, cambiare comporta inevitabilmente una crescita del rischio collegato al raggiungimento degli intenti che si vorrebbero perseguire. Non basta dunque ripetere che occorre cambiare. Bisogna spiegare perché, che cosa, come e quando questo cambiamento si voglia operare, in che modo si verificheranno le conseguenze delle modifiche introdotte, quando si potranno valutare positivamente i risultati che nelle nuove condizioni sia stato possibile conseguire. Non credo di dover dimostrare che nelle nostre scuole, più che constatare la razionalità dei cambiamenti, abbiamo dovuto assistere a modifiche scomposte, a una sorta di ballo di San Vito che ha travolto ciò che c’era senza essere in grado di spingere in direzioni più soddisfacenti. Anche questa osservazione, tuttavia, rischia di essere inadeguata a cogliere la gravità della situazione in cui versa il nostro sistema educativo. È una situazione a determinare la quale concorrono sia le difficoltà proprie dell’organizzazione scolastica e i limiti delle pratiche didattiche, sia un quadro della cultura sociale sempre meno adatto a creare le interazioni positive che sono alla base del progresso nell’apprendimento di bambini e ragazzi. A costo di essere schematico, dirò che per avere migliori risultati in matematica e in scienze non basta intervenire sul modo in cui i relativi insegnamenti sono praticati nelle scuole, ma bisogna qualificare la comunicazione sociale, rimuovere le tante scorie che inquinano l’uso corretto della lingua (intendo della lingua italiana), promuovere la conduzione di esperienze che sollecitino i sensi,  il pensiero e la capacità di agire nella realtà (fisica, non virtuale).

La Repubblica e l’educazione

Referendum 1946

Sono trascorsi settant’anni da quel 2 giugno 1946 in cui si realizzava un intento che era insieme politico ed educativo. Se è vero che il conseguimento nel 1861 dell’Unità italiana aveva posto le premesse per la costruzione di una nuova realtà nazionale, erede di una grande tradizione storica e culturale, è anche vero che quella svolta nella storia d’Italia fu avvertita solo dagli spiriti più illuminati e che troppi altri restarono in una condizione di passività, più o meno rassegnata. L’istituto monarchico, che pure aveva avuto un ruolo essenziale per la nascita della nuova Italia, si poneva come titolare di un sistema di valori già definito, condiviso da quegli strati di popolazione che la sorte aveva favorito e che si attendevano di conservare il vantaggio di cui disponevano. La Repubblica ha rovesciato quella gerarchia di valori, accogliendo le passioni e le aspirazioni di tutti, ma condividendo anche le sofferenze di tanti, da sempre relegati ai margini della vita sociale.

Il programma educativo della Repubblica consisteva per un verso nella definizione delle regole per la vita democratica, e per un altro verso nella creazione di una cultura comune del popolo italiano, che trovava nella lingua nazionale il suo punto di sintesi. La scuola ha avuto una parte essenziale nel dar corpo alle due dimensioni della virtù repubblicana. Ed è per questo che proprio oggi, nel giorno della Festa della Repubblica, mi sono ricordato di alcuni versi che un amico spagnolo, Gorka Larrabeiti, dell’Istituto Cervantes, mi ha inviato qualche giorno fa. Gorka li aveva scritti durante un viaggio in aereo fra Roma e Torino e per comporli si era servito, come materiale verbale, di ciò che leggeva nelle pagine di uno dei non molti quotidiani nazionali. Ve li propongo:

 

Dolce stil novo

Booooommmm!!!!

Good banks, bad banks

bail-in, bail-out

import, export

output, input

big boards

hedge funds

joint ventures

timing pressing dumping coaching fracking

tests, teams, OK, sex, hi-tech

shocks, stocks, bombs, bonds, crack

premier, partner, leader, power

psycho wellness fitness

stop asset commodities

quantitative easing

investment grade day

the sound and the fury

and the spiders from Mars

know-how to save the children

soft law no comment:

REVOLUTION.

Ringrazio Gorka per l’invito a riflettere, e insieme per aver posto l’attenzione, con feroce ironia, su un uso del linguaggio che non ha nulla da invidiare al latinorum di don Abbondio. L’uso ingiustificato e strumentale di parole ed espressioni prese a prestito da altre lingue ha un significato politico. È un segnale dell’attenuazione della spinta che aveva portato la maggioranza del nostro popolo a compiere la scelta repubblicana. Vorrei, spero con tanti altri, che la Repubblica riacquisti tutta la sua funzione educativa.

Maleducazione civica

Ho letto che di fronte al perdurare, ed anzi all’aggravarsi, della crisi demografica, resa drammaticamente evidente dai dati relativi al numero dei nati nell’anno da poco trascorso, il governo starebbe per varare iniziative di contrasto. Ricordo (vantaggio dell’età) che anche in Francia un mezzo secolo fa si lamentava una crisi analoga. Furono quindi avviati provvedimenti, che in un tempo non troppo lungo mostrarono di essere efficaci, e dimostrano di esserlo ancora: i genitori francesi sanno che i loro bambini saranno accolti nei nidi, e che successivamente troveranno posto nelle scuole per l’infanzia. Alla nascita di un bambino corrisponde una sostanziosa riduzione del carico fiscale (la misura cresce di rilevanza alla nascita di altri bambini). Le donne non sposate sanno di poter contare su un sostegno non solamente verbale per far fronte alle responsabilità che le attendono con la maternità. In breve, i bambini non sono considerati solo un problema per i genitori, ma occuparsi del loro benessere e della loro educazione è un impegno per tutta la collettività. Ebbene, si poteva pensare che provvedimenti analoghi fossero in preparazione anche in Italia. Invece, sembra che per contrastare la crisi demografica non si sia andati oltre l’organizzazione di una speciale giornata dedicata alla fertilità. Mi rendo conto di stare offrendo l’ennesimo prova della mia faziosità: quella che dovrebbe essere celebrata il prossimo 7 maggio non sarà una giornata della fertilità, ma un fertility day. Tutta un’altra cosa, non vi pare? Certamente posiamo attenderci che il problema sia avviato a soluzione, com’è avvenuto ogni volta che iniziative più o meno formali siano state denominate, anziché con la lingua del piovano Arlotto, con quella di Anthony Trollope (chissà perché ho qualche ritegno a dire la lingua di Dante o di Shakespeare). Non è stato così col jobs act? E la spending review non è stata la svolta risolutiva per il risanamento dei conti pubblici? Ma già prima grandi riformatori ci avevano illustrato come fosse essenziale la devolution o perché si dovesse votare in un election day. Né posso ignorare che finalmente c’è chi si è proposto di dare soluzione al problema dell’adozione (chiedo scusa, adoption) degli stepchildren e che sta per essere varato un Freedom of Information Act.

Vorrei sapere: 1) perché i nostri governanti provino un’attrazione fatale per indicare in un’altra lingua ciò che potrebbero dire in italiano; 2) se lor signori siano mai stati informati dai loro grilli saggi sulla consistenza della frazione di concittadini che comprende il significato di espressioni come quelle prima menzionate; 3) se chi è responsabile di certe scelte linguistiche si renda conto delle conseguenze che esse hanno sui bambini, i ragazzi, gli  adulti. Siamo di fronte a una professione di subalternità  che si estende ben oltre lo scempio della lingua italiana. Si direbbe che la maleducazione civica sia la sola attività educativa che non conosce crisi.

Si può fare finta di niente?

Levitin_The Organized MindIn un interessante articolo pubblicato sul Corriere della Sera, Ruggiero Corciella riferisce le conclusioni cui è giunto il neuroscienziato Daniel J. Levitin circa gli effetti sulla mente del multitasking. Su tale argomento cita uno studio di Russ Poldrack, neuroscienziato a Stanford, secondo il quale nel processo di apprendimento mentre si fa multitasking le nuove informazioni sono dirette verso la parte sbagliata del cervello. Levitin spiega con un esempio che cosa accada: “Se (…) gli studenti studiano e guardano la TV allo stesso tempo (…), le informazioni acquisite dai loro compiti si indirizzano al corpo striato, una regione specializzata nella memorizzazione di nuove procedure e competenze, non di fatti e idee. Senza la distrazione della TV, invece, le informazioni raggiungono l’ippocampo, dove vengono organizzate e classificate in una varietà di modi, rendendo più facile recuperarle”. Non ho ancora letto il libro di Levitin (dovrei riceverlo entro pochi giorni), ma mi sembra che offra ulteriori argomenti a favore di una linea di prudenza nell’uso di dispositivi tecnologici. Ormai la letteratura sull’argomento, che fa riferimento a ricerche condotte in molti paesi, è veramente imponente. Mi chiedo come sia possibile continuare ad assumere posizioni trionfaliste circa le opportunità offerte dalle risorse tecnologiche senza, quanto meno, una riflessione sui possibili effetti negativi di certe scelte. Si ripetono ossessivamente formule messianiche circa i benefici che arrecherà la scuola digitale, ma ci si guarda bene dal dimostrare che gli annunci non sono solo tali. Il nuovismo tecnologico ormai costituisce una forma di ideologia, insensibile agli argomenti di chi non crede che si sia all’alba di una mirabile stagione di progresso. Intanto le scuole spendono i pochi soldi di cui dispongono per l’acquisto di materiali e impianti dei quali ciò che può dirsi senza tema di smentita è che sono destinati a una rapida obsolescenza. Ma sembra che neanche questa sia una ragione per riflettere.

 

Vocazione subalterna. Contenti loro…

Dovessi dire qual è, a mio parere, l’aspetto della cultura educativa italiana (forse non solo di quella educativa) che mi lascia più perplesso, direi che è la vocazione alla subalternità. È una vocazione che si esprime in molti modi, ma che rivela in ogni caso la rinuncia o l’incapacità di analizzare la realtà educativa e il modo in cui si è venuta manifestando, di elaborare ipotesi circa lo sviluppo desiderabile e di far corrispondere le scelte a una rappresentazione non asfittica delle condizioni di esistenza nel medio e nel lungo periodo. Non che tale angustia costituisca un fenomeno solo italiano, perché la si ritrova ampiamente rappresentata nel dibattito internazionale, ma non condivido l’opinione che un mal comune sia un mezzo gaudio. Anzi, il fatto che linee interpretative che finora non hanno mostrato di essere capaci di avviare processi virtuosi siano riproposte con enfasi, anche da parte di organizzazioni internazionali, mi sembra un argomento per riflettere criticamente sul significato della conclamata necessità di internazionalizzare i criteri e le pratiche dell’educazione. L’impressione è che l’internazionalizzazione abbia ben poco a che fare con l’uscita dagli orti chiusi delle culture locali al fine di allargare gli orizzonti di esperienza sui quali si fonda l’educazione, mentre abbia molto a che fare con l’affermazione di un utilitarismo definito secondo i criteri imposti da quella sorta di cupola costituita dal potere economico globalizzato. È un utilitarismo che si presenta come realistico e sollecito del destino degli individui, perché fa prevalente riferimento all’esigenza di consentire un più agevole inserimento dei giovani nelle attività produttive. Il limite di questo argomento è la sua parzialità, che ne rivela il carattere ideologico: si tratta, infatti,  di giustificare scelte che, nei fatti, sono molto meno sensibili di quanto si dichiari alle condizioni di esistenza degli individui. L’espediente ideologico è rappresentato dalla soppressione del tempo nell’argomentazione: in altre parole, è anche possibile che una certa proposta educativa corrisponda nel tempo breve all’acquisizione di un profilo desiderabile per l’inserimento in attività produttive, ma è del tutto improbabile che tale profilo continui ad esserlo in tempi più distesi. Semmai, ciò poteva essere vero in altre fasi storiche, nelle quali i ritmi dello sviluppo erano molto più lenti. Poteva accadere che l’attività intrapresa nella prima parte della vita seguitasse a essere svolta nelle età successive, nello stesso modo in cui era stata iniziata o con modesti scostamenti. Oggi la validità nel tempo delle competenze finali, quelle che possono essere impiegate per il lavoro, si riduce rapidamente, per i cambiamenti resi necessari dalle trasformazioni che investono le attività produttive: profili professionali apprezzati fino a non molti anni hanno subito mutamenti profondi o sono stati del tutto  abbandonati. Le nuove attività, che nel frattempo si sono affermate, conoscono una fase iniziale di rapida espansione, alla quale segue un accomodamento seguito da un declino. Chi svolge tali attività è del tutto esposto ai contraccolpi delle modifiche che investono il suo settore di competenza se non è in grado di ridefinire il proprio profilo perché continui ad essere apprezzato. In breve, si può trovare lavoro facendo riferimento alle competenze finali possedute, ma è sempre più improbabile che si sia in grado di conservarlo se non si dispone di risorse conoscitive che consentano di modificare, anche sostanzialmente, i tratti del proprio profilo professionale. Si potrebbero aggiungere altre considerazioni, e soprattutto si potrebbe notare la contraddizione che oppone due linee evolutive divergenti: da un lato la validità delle competenze finali possedute ha una durata sempre più breve (la tendenza è particolarmente evidente nei settori tecnologici), dall’altro si è avuto un forte incremento nella durata della speranza di vita delle popolazioni dei paesi  industrializzati. Troppe persone vedono dissolversi il valore delle competenze di cui dispongono senza avere la possibilità di sostituire un nuovo profilo quello già posseduto. La lunga vita che attende queste persone rischia di essere sempre più estranea ai cambiamenti che interessano le condizioni di esistenza. È un paradosso che si pretenda di qualificare come una forma di modernizzazione il trasferimento attraverso l’educazione formale di un corredo di conoscenze e abilità che possa essere subito utilizzato nell’ambito di un rapporto di lavoro. Ed è un paradosso che si vuol rendere credibile attraverso un’opera di convinzione che ricorre a tutti gli espedienti propri delle tecniche di mercato. Sono giovani sorridenti, ben vestiti e soddisfatti quelli che invitano altri giovani a seguire il loro esempio. Ma se non ci si accontenta delle immagini edulcorate che si vedono nelle locandine o nei manifesti ci vuole poco a rendersi conto che la felicità esibita corrisponde a redditi di poche centinaia di euro mensili, che non c’è sicurezza per il futuro, né che si intravedono opportunità di miglioramento. In breve, la sostituzione di interpretazioni prioritariamente educative con proposte subalterne ad altri interessi ha avuto finora il solo evidente effetto di accentuare la loro dipendenza dal potere economico. Il controllo da parte di quest’ultimo dei mezzi di comunicazione sociale ha concorso in modo determinante ad affermare una pseudocultura dell’educazione centrata su un senso comune riproduttivo: basti pensare a ciò che si afferma a proposito del merito, della concorrenza, del successo, dell’impegno degli allievi, della capacità professionale degli insegnanti, dell’organizzazione delle scuole per rendersi conto che l’educazione è stata ridotta a espressione marginale di un sistema di valori del quale la coltivazione di se stessi, la comprensione della realtà sociale, la conoscenza disinteressata, il pensiero, le arti, la solidarietà verso gli altri, in breve tutto ciò che nel tempo e nello spazio ha concorso a definire un’idea di cultura e di civiltà, costituiscono un’appendice costosa, che serve, nei caso migliori, a creare immagine. La vocazione subalterna che tanti sedicenti modernizzatori esprimono quando si ingegnano di apparire allineati con i criteri della neo-pedagogia di derivazione aziendale si esprime proprio tramite la rincorsa di un’immagine che in nessun modo si è concorso a delineare, ma della quale si imitano i tratti marginali, nel modo di vivere, negli usi linguistici, nei consumi, nei rapporti interpersonali.