Verso la neolingua

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Ho fotografato l’intestazione di un manifesto che ho visto un paio di giorni fa a Roma, in Piazza Indipendenza. La prima cosa che mi è venuta in mente è che chi ha promosso l’iniziativa, o quantomeno chi ne ha curato la realizzazione e la grafica, non deve essersi accorto di aver realizzato una sorta di ossimoro comunicativo. Sul lato destro si dichiara, infatti, un Obiettivo Italia, ovvero qualcosa che dovrebbe avere come scopo il perseguimento di traguardi positivi per il nostro paese, in termini morali o materiali. Ebbene, l’intento che emerge subito e con maggiore evidenza è la riduzione dell’italiano a fungere da contenitore inerte di parole tratte dall’inglese. Il messaggio implicito, quello che la generazione del Millennio probabilmente ne ricava, è che l’italiano non sia una lingua adeguata a interpretare il pensiero e l’azione del nostro tempo: si tratterebbe di una lingua superata, da sostituire con una nuova e più adeguata. Neanche a dirlo, questa lingua sarebbe l’inglese. A questo punto però mi sento a disagio. Chi ha la mia età, ha imparato ad apprezzare l’inglese per la letteratura, la filosofia, le scienze che hanno trovato espressione in tale lingua. E lo stesso potrei dire per altre lingue europee con le quali abbia qualche famigliarità (non dico nulla, perché non saprei che cosa dire, per le lingue di paesi lontani, che comunque stanno acquistando una rilevanza sempre maggiore, come il cinese). Ma il disagio non dipende dal fatto che al momento l’inglese abbia una maggiore rilevanza rispetto ad altre lingue. Ciò che crea disagio è l’uso gergale di tale lingua, la sua subalternità a esigenze cui la cultura è sostanzialmente estranea, la rinuncia a interazioni complesse  cui corrisponde la riduzione della lingua a semplice veicolo di messaggi consumistici. Si esibisce una conoscenza che non si possiede, si allude a una comprensione che non si è in grado di realizzare, si storpiano o si riducono i significati, si rinuncia a cogliere le metafore tramite le quali sono introdotte nuove parole o espressioni, in breve si riduce l’inglese a una lingua che ha ben poco a che fare con William Shakespeare, John Locke o Jane Austin. L’uso ossessivo, consumistico dell’inglese non fa solo torto alla lingua italiana, impedendone un uso più ricco e più consapevole, ma rende grottesca la stessa lingua inglese, ridotta a forme approssimative, da sopravvivenza. Il richiamo alla neolingua di Orwell contenuto nel titolo di questa nota pone in evidenza quali siano le conseguenze di usi linguistici che seguendo disegni più o meno globalizzanti si risolvano in una riduzione del pensiero che si è in grado di esprimere. La riduzione del numero di parole disponibili, con la banalizzazione della sintassi e delle argomentazioni, comporta una diminuzione del pensiero. È questo l’Obiettivo Italia?